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Afghanistan – Ingovernabile Meraviglia – Fondamentalismo e Tradizionalismo – I Talebani

L’ultima volta che i nostri passi ci hanno condotto attraverso le ripide scarpate dell’Afghanistan, abbiamo avuto modo di soffermarci per qualche tempo sulla genesi dei talebani, dalla loro nascita alla loro presa del potere, fino alla loro riconquista del Paese in seguito agli eventi dello scorso agosto.
Seguendo le vicende che hanno contrassegnato la nascita del movimento di maggior successo della storia del fondamentalismo islamico, abbiamo avuto modo di osservare come la sua struttura e la sua ideologia presentino caratteri direttamente ereditati dalle tradizioni interne al Paese, ma abbiamo anche avuto modo di notare come vi siano, perfino all’interno della sua dottrina, non pochi elementi che, a discapito dei proclami, non traggono affatto origine dal Corano o dalla cultura musulmana tradizionale, come ha reso evidente la nostra breve disamina delle imposizioni comportamentali introdotte dal regime.

Abbiamo quindi ritenuto appropriato dedicare maggiore attenzione agli aspetti politici del regime, poiché esso è raramente preso in considerazione da coloro che, a vario titolo, si cimentano nella difficoltosa impresa di fornire al grande pubblico una spiegazione degli eventi afghani che sia in grado di conciliare completezza e obiettività con la dovuta sinteticità.

La minaccia della modernità

I taliban sono il prodotto dell'odierna frattura fra un islam totalizzante e un islam aperto. Essi hanno trovato nel wahabismo […], il loro punto di partenza ideologico, per farlo diventare in seguito l'ideologia dei Pashtun, oltre 12 milioni di persone divise fra Afghanistan e Pakistan. […] Al Qaeda ha capito bene che il fenomeno taliban poteva diventare un esperimento politico, un laboratorio cui l'islam politico poteva attingere, per trascinare con sé l'intero mondo musulmano. È dunque una battaglia di significati quella che si sta svolgendo in Afghanistan; e dal suo esito dipenderanno le sorti di gran parte del mondo musulmano.

Khaled Fouad Allam

Abbiamo già avuto modo di vedere come la storia afghana recente sia stata plasmata in profondità dagli eventi che ebbero origine nel 1979; come essi abbiano ridotto l’Afghanistan in una vera e propria caserma del fondamentalismo islamico, e abbiano fatto di esso un fenomeno globale. È giunto perciò il momento di soffermarsi sul fondamentalismo stesso, in modo tale che il lettore possa comprendere per quali ragioni esso non dovrebbe essere confuso con il semplice tradizionalismo religioso. Il fondamentalismo, infatti, è un movimento di natura politica assai più che religiosa: esso si prefigge obiettivi innanzitutto politici, per la cui attuazione si affida a strumenti che hanno ben poco a che vedere con la sfera spirituale, e il suo stesso sviluppo è stato modellato dalle sollecitazioni politiche alle quali il mondo musulmano è stato sottoposto durante il XX secolo.

A partire dalla Prima guerra mondiale, il contatto con l’Occidente iniziò a farsi per il mondo musulmano sempre più intenso e traumatico, stimolando in tutti i Paesi a maggioranza musulmana un intenso processo di riflessione sulla propria struttura sociale e sui fondamenti ideologici sui quali essa si basava da secoli. Dopo il 1914 il mondo musulmano vide il proprio capo spirituale, il sultano di Istanbul, cui spettava anche il titolo di califfo (cioè di successore del Profeta alla guida di tutti i credenti), prima utilizzare spregiudicatamente la jihad per giustificare i propri tentativi di rivincita nei Balcani, e poi, a guerra finita, costretto a prendere ordini dagli infedeli trionfatori.

Poco dopo, i bolscevichi denunciarono al mondo interno l’esistenza di accordi segreti (accordi di Sykes-Picot) con i quali inglesi e francesi intendevano spartirsi i resti dell’impero di Istanbul, in spregio alle tante promesse da essi stessi fatte ai popoli una volta soggetti agli ottomani; l’ambiguità inglese divenne ancor più evidente quando, poco dopo, ebbero inizio i disordini in Palestina e Giordania, e l’ipocrisia francese seppe non essere da meno in Siria. Come parevano lontani i giorni del Profeta e del grande Solimano, quando nulla pareva capace di opporsi alle spade dell’islam!

Il Medio Oriente prima e dopo il primo conflitto mondiale. Der Spiegel

Vi è quindi, alla radice del fondamentalismo, la consapevolezza di una mancanza di compatibilità tra tradizionalismo islamico e modernità, e il tentativo di trovare il modo di scongiurare, per i Paesi musulmani, il destino di subalternità alla superiorità tecnologica dell’Occidente già toccato a buona parte dell’Asia.

Con il primo dopoguerra iniziò infatti per i musulmani del Medio Oriente un lungo periodo di sudditanza politica ed economica agli interessi degli europei, un ordine di cose che fu possibile mettere in discussione solamente in seguito alla Seconda guerra mondiale, con il definitivo tramonto della potenza militare europea. Tuttavia, anche in questo nuovo stato di cose, solamente le minacce americane riuscirono a impedire un ritorno del colonialismo in grande stile, quando nel 1956 Francia e Inghilterra tentarono di approfittare della distrazione provocata dai disordini in corso in Europa orientale per impadronirsi nuovamente di Egitto e Siria. Benché in seguito al 1945 il predominio degli europei si fosse ridotto, una vulnerabile inferiorità continuò quindi a caratterizzare i rapporti tra i Paesi musulmani e l’Occidente.

Poco desiderosi di affidare la propria salvaguardia agli americani, che il fanatismo anticomunista stava trascinando sempre più lontano dai propri originali ideali anticoloniali, e ancor meno intenzionati a inserirsi pienamente in qualsiasi dei due grandi blocchi ideologici post-bellici, nelle dottrine dei quali faticavano a riconoscersi, i Paesi musulmani si ritrovarono costretti a fare affidamento su se stessi per la propria indipendenza politica. Se episodi come quello del 1956 avevano dimostrato che il ritorno alla sudditanza coloniale di un tempo non era più possibile, ciò non si era dovuto alla capacità di resistenza dei Paesi musulmani, quanto piuttosto ai contrasti che dividevano le potenze dell’Occidente. Inoltre, se la sovranità formale dei vari Paesi musulmani poteva trovare garanzia nelle nuove circostanze politiche del mondo post-bellico, non vi era analogo riparo per quella effettiva, apertamente insidiata dalla penetrazione economica occidentale (neocolonialismo) e dalla tendenza di entrambe le superpotenze di combattersi apertamente, seppure per procura, al di fuori delle proprie aree di controllo, vale a dire ai bordi dei Paesi musulmani.

Per tali ragioni, la questione dell’arretratezza materiale nei confronti dell’Occidente non poteva più essere rimandata. Il mondo musulmano doveva compiere in tempi accelerati quello sviluppo che in Occidente aveva richiesto un intero secolo. Era necessaria una ricetta per lo sviluppo e, nel bene e nel male, l’Occidente costituiva l’esempio di maggior successo, soprattutto nella sua versione sovietica, che aveva dimostrato come la pianificazione centralizzata potesse permettere di realizzare il decollo industriale anche partendo da condizioni di perdurante arretratezza e penuria, di risorse e capitali.

Assecondando un modello già sperimentato con successo da altre società ritrovatesi ad avere a che fare con gli occidentali da una posizione di inferiorità (ad es. il Giappone di metà Ottocento), il mondo musulmano scelse quindi di ricorrere a una modernizzazione parziale, alla carta, che recepisse solamente gli aspetti della cultura occidentale ritenuti più vantaggiosi e meno invasivi nei confronti dell’ordine sociale tradizionale. Questo processo fu portato avanti quasi ovunque dalle stesse classi dirigenti aristocratiche tradizionali, che furono in grado di navigare le turbolente acque del cambiamento senza che la propria posizione nei confronti delle leve del potere fosse messa in discussione, neppure da quei loro componenti che, a scadenze più o meno regolari, si issavano al governo dei loro Paesi in maniera violenta. Era, questo, un ceto costituito da uomini di cultura ormai preponderantemente europea, i cui rampolli erano istruiti nelle migliori università europee, dove imparavano a considerare l’Occidente come modello da imitare, oltre che un avversario da temere; uno strato sociale tanto ridotto quanto lontano, per cultura, dalle masse rurali che si era imposto di strappare alla miseria e all’inerte tradizionalismo. Ma per quanto esso fosse sempre più polarizzata, la tradizionale gerarchia sociale resse quasi ovunque, per circa trent’anni, dagli anni ’40 agli anni ‘60, grazie alla generale condivisione di un vago idealismo frammisto di nazionalismo, volontà di parificazione politica con l’Occidente e solidarietà religiosa.

Pressoché ovunque, Afghanistan compreso, la scelta fu quindi quella di limitarsi a recepire la tecnologia materiale dell’Occidente, e così in pochi decenni le medine dell’Asia si riempirono di ingegneri, di architetti, di fisici e di imprenditori, e i panorami immoti del semideserto e delle immense distese della steppa, dell’altipiano iranico, dell’India e della Cina si popolarono di strade, dighe, distributori di benzina, tralicci e centrali gigantesche. I progressi economici e sociali prodotti dall’innesto delle nuove tecnologie furono impressionanti sotto ogni punto di vista, anche al netto delle sacche di arretratezza che il progresso materiale non riuscì a distruggere. Come del resto era avvenuto già in Occidente, i grandi progetti infrastrutturali finirono col concentrarsi quasi unicamente nelle città principali, abbandonando le vaste aree rurali all’arretratezza materiale e sociale. Eppure, sotto qualsiasi aspetto degli indici di sviluppo umano, i progressi furono, per tutti gli anni ’50 e ’60, incontestabili.

L’aumento dell’aspettativa di vita, che forse dimostra meglio di qualsiasi altro dato il reale sviluppo di una regione, ha contraddistinto, anche nel Medio Oriente, il secondo dopoguerra.

Ciononostante, il paziente rifiutò di proseguire la terapia. A partire dalla seconda metà degli anni ’60, in larghe porzioni del mondo musulmano prese avvio un cambiamento culturale, profondo quanto traumatico; dopo decenni di convinta occidentalizzazione, si diffuse in maniera sempre più trasversale nelle società islamiche un convinto rigetto nei confronti dell’occidentalizzazione. Fu il fallimento dei programmi politici delle forze laiche a produrre il fondamentalismo e la sua proliferazione. Mentre in precedenza essa era stata considerata in termini esclusivamente positivi, come un modello di progresso materiale del quale era impossibile contestare l’efficacia, e unica reale soluzione in grado di evitare ai Paesi musulmani il triste destino di colonia, dagli anni ’60 si fecero sempre più veementi le voci di coloro che criticavano le ricadute sociali dell’occidentalizzazione: l’ineguale articolazione dello sviluppo economico, da un lato, e la profonda trasformazione dei rapporti sociali dall’altro. Quando, nonostante la modernizzazione, gli Stati arabi subirono un’ennesima sconfitta da parte di Israele nel 1967, l’evento ebbe profonda risonanza nel mondo musulmano: coloro che avevano sempre osteggiato l’occidentalizzazione videro in quegli eventi la dimostrazione della sua insufficienza nel garantire al mondo musulmano un posto non subalterno di fronte ai Paesi occidentali.

L’estensione di Israele prima e dopo la guerra del 1967; in azzurro chiaro i territori occupati da Israele a spese degli Stati arabi confinanti, per buona parte rimasti in possesso di Israele, senza una chiara definizione giuridica, ancora oggi. BBC.com

Come nel resto del mondo musulmano, anche in Afghanistan il perdurare della povertà e la corruzione dilagante tra le imponenti burocrazie che proprio i grandi progetti di occidentalizzazione avevano creato fornirono abbondanti argomenti alle frange più conservatrici del mondo musulmano, in particolare il clero e i capi delle comunità rurali; il maggior tasso di alfabetizzazione e la diffusione degli strumenti di comunicazione moderni, paradossalmente, fecero sì che non mancassero loro né voce né orecchie.

Irriducibilmente ostili a qualsiasi processo che potesse minacciare qualche reale cambiamento dei rapporti sociali, questi gruppi, che erano stati fino ad allora minoranze prive di reali capacità di influire sulla politica nazionale, si trovarono in poco tempo alla guida di vasti movimenti inneggianti al ritorno alle origini della morale musulmana, diffusi in ogni ambito sociale rimasto, per scelta propria o altrui, al di fuori del processo di occidentalizzazione.

Non è possibile qui dare conto degli innumerevoli travagli politici vissuti dai Paesi musulmani tra gli anni ’60 e ’70; ci limiteremo a sottolineare come perfino l’Iran, dove la modernizzazione aveva avuto raggiunto risultati davvero straordinari, nel 1979 si ritrovò preda di una rivoluzione esplicitamente diretta ad arrestare l’occidentalizzazione della sua società.

Nello stesso anno, al di là del confine, l’intervento militare straniero in sostegno a un governo impopolare che, abbagliato dall’ideologia fino alla miopia politica, aveva perfino tentato d’imporre l’ateismo di Stato in un Paese che trovava proprio nella fede musulmana uno dei pochi elementi di reale coesione, finì col condannare la causa della modernizzazione anche in Afghanistan. Abbiamo già detto di come, nel giro di qualche anno l’intero mondo musulmano finì col vedere nell’Hindu Kush il santuario della lotta contro la depravazione della società, minacciata tanto dalla liberal-democrazia egalitaria e consumista di matrice USA, quanto dalla nuova fede materialista e atea di Marx e Lenin.

Un movimento totalitario

Per venti anni anche nella narrazione ci siamo accontentati della parola: taliban. Bastava. Era anche troppo: i taliban, sì, i fanatici, i nemici delle donne, gli iconoclasti di Bamiyan. Che altro c’è da dire? Perché non si perde tempo a far la sociologia del Male. Che invece spesso è provvidenziale. Si esita a esplorare, ci si concentra sulla propria ripugnanza. Ci bastavano le fotografie di barbuti avvolti in clamidi miserande, in pose minacciose con i loro Kalashnikov. Confessiamolo: al di là del folklore e della storia non ci siamo mai veramente occupati di chi siano gli afghani; non erano infatti i loro guai la ragione per cui eravamo andati in Afghanistan.

Domenico Quirico

Quanto detto finora sembra tuttavia contraddire le nostre affermazioni iniziali, giacché è evidente che, se da un lato vi era un risentimento diffuso in vari ambiti della società nei confronti delle aspettative che i risultati della modernizzazione avevano deluso, è anche chiaro che furono le componenti più conservatrici delle società musulmane ad animare tali moti di risentimento, conferendo loro una forma prettamente tradizionalista. Ciò è senza dubbio vero: il fondamentalismo prende le mosse dal tradizionalismo, e infatti ciò è stato debitamente notato dagli osservatori occidentali. A essere in larga misura sfuggito, invece, è il fatto che questa relazione si sia articolata ben oltre la sua forma iniziale, e il fondamentalismo talebano abbia finito per assumere, nel momento della sua presa del potere, al termine della sua lunga gestazione in Pakistan, dei contenuti alquanto originali, rispetto a quelli del semplice tradizionalismo religioso.

La presa del potere da parte di questo gruppo misterioso di religiosi intransigenti fu accolta in Afghanistan con un misto di stanco disinteresse e guardinga attesa. Il loro vessillo calligrafico, volutamente simile a quelli delle armate arabe dei tempi dei califfi, i loro leader senza volto e la loro aderenza a una concezione della religione particolarmente rigida furono novità a cui gli afghani fecero tuttavia fatica ad adattarsi.

L’Occidente, spaesato dalla vista di un panorama politico tanto diverso da quello cui è abituato, si è a lungo soffermato esclusivamente sul tribalismo e sul tradizionalismo religioso, unici punti di riferimento in una realtà altrimenti remota e difficilmente decifrabile. Per questa ragione, pochi hanno avuto la lucidità di capire che il fondamentalismo talebano ha costituito, nella politica afghana, un fenomeno profondamente rivoluzionario, che ha colto di sorpresa perfino gli stessi contemporanei, non meno di come fece l’avvento del regime mussoliniano con gli italiani degli anni ‘20.

Certo, agli occhi dei successori tutto trova sempre spiegazione e di rado essi sono capaci di cogliere l’imprevedibilità degli eventi passati. Ma l’Afghanistan degli anni ’90 non aveva mai assistito alla presa del potere da parte di un gruppo intenzionato a controllare capillarmente i rapporti sociali, ad arrestare gli sviluppi in atto nella società, a sbarrare la marcia da essa intrapresa in precedenza per dirottarla, come lupi tra le greggi, su sentieri scelti per essa dall’alto, e spesso contro il suo stesso volere.

Questa caratteristica, il controllo non soltanto dei meccanismi con i quali si esercita il potere, ma soprattutto dei soggetti su cui esso ricade e, in particolare, dei loro comportamenti (anche di quelli che non riguardano il rapporto tra sudditi e potere), è esattamente ciò che segna la linea di confine tra dittatura e regime totalitario, tra monopolio del potere formale e controllo completo di una comunità, tanto nei suoi rapporti esteriori (ad es. l’abbigliamento) quanto in quelli interiori (le credenze, gli atteggiamenti o i rapporti tra le generazioni e i generi).

Come dittatore, Giulio Cesare riuscì ad ottenere il controllo dell’intero apparato politico romano, e poté servirsi a suo piacimento delle enormi risorse, economiche e militari, di cui esso disponeva; come imperatore, per dieci anni Napoleone poté decidere dal suo trono le sorti della Francia e di tutti i territori da essa controllati; ma per quanto i risultati da essi ottenuti superarono di gran lunga quelli del loro grande estimatore, né Cesare né Napoleone si avventurarono mai fino al punto di tentare la rifondazione etica voluta da Mussolini per gli italiani. Né la Roma dei Cesari né la Francia bonapartista conobbero mai organi concepiti appositamente per mobilitare la società civile e farle recepire tutta una serie di messaggi, immagini e significati che avevano lo scopo di rimpiazzare i comportamenti e le convinzioni precedenti, incluse le più intime.

Il fascismo seppe creare la prima cultura di massa della storia d’Italia, l’unica che il potere politico abbia sapute creare, e non soltanto sagomare. Così come quella di oggigiorno ha lo scopo di trasformarci in consumatori privi di buon senso e lungimiranza, la cultura di massa fascista intendeva far concepire agli italiani la baionetta come il prolungamento del proprio braccio, e alle italiane la famiglia e la prole come il solo compimento della loro persona. La storia ci ha mostrato chiaramente quanto fallimentari furono i risultati di questa operazione, ma ciò non toglie alcunché alla serietà degli intenti.

Ma se è nelle intenzioni che riposa il seme del totalitarismo, per quali ragioni si dovrebbe escludere l’applicabilità delle stesse considerazioni ai talebani? Il fenomeno totalitario si è presentato in Afghanistan con una fisionomia senza dubbio diversa, rispetto a quella conosciuta dai regimi totalitari della storia europea, ma le variabili di fondo sono le medesime. Certo, ai talebani mancava senz’altro la raffinatezza politica necessaria a concepire una cultura popolare sul modello di quella fascista, almeno quanto al resto del Paese mancavano i mezzi di comunicazione necessari a recepirla, ma le intenzioni niente affatto: come abbiamo visto, l’estensione delle proibizioni imposte dai talebani alla popolazione lo dimostra chiaramente, al pari della reazione esterrefatta della popolazione. «Sembrava che i talebani non volessero che facessimo niente. Avevano proibito addirittura uno dei nostri giochi da tavolo preferiti, che si gioca con dei gettoni su una tavola di legno», dirà a riguardo Malala Yousafzai.

Una novità politica

Pur avendo assunto la sua forma definitiva quasi quattrocento anni dopo la morte di Muhammad, nell’epoca imperiale della storia musulmana, il Corano fornisce infatti ben pochi dettagli sulle strutture politiche più adatte a guidare rettamente una comunità di fedeli.

Per questa ragione, quando negli anni ‘70 si è avvertita l’esigenza di ristrutturare le società musulmane intorno ai dettami della fede, in seguito al rigetto della modernizzazione di stampo occidentale, questi intenti vennero a basarsi, per la prima volta nella storia dell’islam, sul controllo degli apparati statali, piuttosto che sui semplici hadith del Libro. Anche se alla fine furono le caste sacerdotali ad appropriarsi ovunque del diritto di stabilire secondo quali forme le relazioni tra le varie articolazioni della società potessero avere luogo, e anche se esse diedero, ovunque riuscirono a issarsi al potere, un’interpretazione estremamente conservatrice dei rapporti sociali, il contatto con la modernità modificò radicalmente i loro originari progetti politici: la gran mole di compiti da assolvere, nell’intento di fornire ai propri Paesi la forza di resistere alle pressioni esterne, il confronto con ideologie irriducibili al perimetro dottrinale tratteggiato dall’islam, e la preesistenza di un apparato amministrativo ingigantitosi nei lunghi decenni trascorsi, ovunque, sotto la guida di governi laici e occidentalizzati finirono col condizionare in profondità l’agenda politica dei movimenti fondamentalisti. Così, nel XX secolo che, per la prima volta, l’antico sogno di dar vita a un autentico Stato islamico abbandonò la precettistica e la letteratura orale per assumere una chiara fisionomia politica.

In seguito agli eventi del 1979 il fondamentalismo giunse, infine, anche nel remoto Afghanistan. Insorti conto gli eccessi ideologici del regime comunista e contro l’intervento delle forze sovietiche, i mujaheddin avevano come propria base ideologica il codice etico pashtun e il tradizionalismo di matrice religiosa, ma erano privi del rigetto completo per ogni aspetto della cultura occidentale che animava invece i talebani. Con l’eccezione della parificazione femminile, del resto trascurata a lungo anche dai movimenti progressisti occidentali, concetti come la tolleranza religiosa (ad es. verso i vicini sciiti) e la superiorità delle istituzioni elettive non erano necessariamente osteggiati dai mujaheddin, i quali ne riconoscevano anzi la continuità con la cultura tradizionale pashtun.

Con i talebani, invece, l’idealismo fondamentalista compì un salto di qualità, all’insegna dell’assoluta radicalizzazione. Prima ancora della distruzione delle statue di Bamiyan, nel 2001, lo spettacolo degli stadi trasformati in patiboli, dei volti tumefatti delle adultere deformati dalla lapidazione, delle amputazioni pubbliche per crimini comuni come il furto, colsero il Paese in uno sbigottimento totale, che tuttavia gli osservatori occidentali hanno faticato a registrare. Le immagini delle donne che solo quindici anni prima vestivano in abiti occidentali sembrarono di colpo lontane nel tempo quanto le raffinate tuniche dell’epoca dei califfi. Velate da cima a fondo, le donne afghane furono escluse da qualsiasi professione e istruzione. Per quanto giustificate dai talebani attraverso il ricorso alla religione, eventi come questi furono del tutto nuovi nella storia afghana. A prescindere da quanto volessero far credere i talebani, i rigori del loro governo non avevano alcun precedente nella tradizione politica del Paese, per la quale costituivano invece una novità esplosiva quanto traumatica.

L’attenzione data dai seguaci del mullah Omar ai segni esteriori come manifestazione dell’adesione al nuovo regime costituisce forse l’esempio che con maggiore nitidezza permette di cogliere la distanza che divideva il conservatorismo dei mujaheddin dal fondamentalismo rivoluzionario dei talebani. Nelle foto dell’epoca della guerra contro l’Armata Rossa, tra i combattenti delle montagne i tubanti neri si presentano con generosa parsimonia; più degli occhi affilati da veli da Mille e una notte, sono le forme tondeggianti e domestiche del tradizionale pakol a farla da padrone; più delle ruvide barbe appuntite da asceta del deserto arabico, per quasi tutta la durata della guerra sono dei mondanissimi baffi da padre di famiglia a completare la rustica uniforme del combattente per la fede. Il mujaheddin va di sentinella vestito come capita e armato come può; a differenza del talebano, difficilmente egli possiede tempo da dedicare alla propria barba, o indumenti tra cui scegliere.

E come potrebbe mai, il tradizionalista devoto, incapace di vedere che mezzelune a illuminare le notti e angeli dare forma alle nubi, bramare un’eternità di orge e stupri senza tremare di orrore e di paura alla promessa di un peccato senza fine?

Guerriglieri mujaheddin tra le montagne della provincia di Kunar, primi anni ‘80. Si noti, oltre all’aspetto fisico, l’equipaggiamento obsoleto della maggior parte di essi, dotati quasi esclusivamente di fucili a colpo singolo e del tutto privi di strumenti di offesa contro i blindati. - AP Photo